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L’ultima trovata arriva dal Washington Post, che ha annunciato il lancio di un servizio di podcast basato sull’AI. In pratica, gli utenti potranno scegliere il formato e persino un conduttore sintetico, disincarnato, per farsi leggere le notizie. Lo chiamano “Your Personal Podcast”, ma sarebbe più onesto chiamarlo “La tua dose quotidiana di alienazione sintetica”.
La morte della connessione umana (e perché non ce ne frega niente)
Le reazioni sui social, per fortuna, non si sono fatte attendere e sono state, diciamo così, poco entusiaste. Su Bluesky, la gente ha risposto chiedendo di smetterla di “ficcare l’AI giù per la gola” a tutti i costi. Qualcuno ha paragonato l’iniziativa al “dare dei fiammiferi in mano a dei bambini piccoli”, prevedendo un disastro assoluto. E hanno ragione.
Il problema qui non è solo tecnico (anche se sappiamo bene quanto i LLM amino inventare fatti di sana pianta, le famose “allucinazioni”), ma filosofico. [cite_start]Siamo di fronte a quella che Mark Fisher chiamerebbe l’incapacità di immaginare un futuro che non sia la mera ripetizione automatizzata e mercificata del presente[cite: 864]. Invece di investire in giornalisti, in voci, in inchieste, si investe in un generatore automatico di “slop”, quel contenuto spazzatura riempitivo che serve solo a tenere l’utente incollato all’app.
Il giocattolo di Bezos: da giornale a content farm
Non possiamo ignorare l’elefante nella stanza: Jeff Bezos. Sotto la sua proprietà, il Washington Post sta subendo una mutazione genetica preoccupante, trasformandosi sempre più da baluardo del giornalismo a una sorta di tech company che, incidentalmente, pubblica notizie.
Non è un caso che proprio quest’anno il giornale abbia raddoppiato gli sforzi sull’AI, nonostante i disastri già visti altrove (ricordate il caos di Quartz o CNET?). E non dimentichiamo la recente svolta della sezione opinioni verso “le libertà personali e il libero mercato”, un eufemismo per dire che si stanno allineando agli interessi del padrone, strizzando l’occhio a un certo conservatorismo libertario che piace tanto a chi deve difendere patrimoni miliardari.
La zombificazione dei media e la resistenza necessaria
Un portavoce del giornale ha detto a Digiday che la vera “potenza” di questa tecnologia sta nel fatto che potrai “chattare” con il conduttore AI per chiedere chiarimenti. Capite l’assurdità? Invece di leggere un articolo scritto bene da un essere umano competente, ci viene offerta la possibilità di conversare con un pappagallo stocastico che non capisce quello che dice.
Un utente ha definito questa operazione il “MadLibs del podcasting”. È una definizione perfetta. Stiamo assistendo alla trasformazione dell’informazione in un gioco di riempimento spazi vuoti, dove la verità fattuale è secondaria rispetto all’engagement e alla personalizzazione algoritmica.
Questa è la “normalizzazione della crisi” di cui parlo spesso: ci abituano a un mondo in cui la qualità, l’empatia e la verità sono optional costosi, mentre l’alternativa automatizzata, scadente e potenzialmente tossica diventa lo standard. Non accettiamolo passivamente. Il giornalismo, quello vero, è un’altra cosa.




