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Qualche tempo fa, Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI, ha detto la parte silenziosa ad alta voce. Ha ammesso che, a suo parere, siamo in una fase in cui “gli investitori nel loro insieme sono sovraeccitati riguardo all’IA”. Insomma, ha usato la parolina magica: bolla.
Questa ammissione, che suona quasi come una confessione, ha gettato un’ombra lunga su un’industria che sembrava inarrestabile. Ma, a dirla tutta, non ci voleva un genio per capirlo. Quello che stiamo vedendo non è solo un eccesso di entusiasmo, ma la replica di un copione già visto, un modello di business basato su promesse mirabolanti, una montagna di debiti e una buona dose di manipolazione della percezione pubblica. Un modello che, in pratica, serve a concentrare ricchezza e potere verso l’alto, sfruttando competenze e speranze dal basso.
L’hype come modello di business: il manuale del finto innovatore
Per capire la bolla dell’IA, non c’è esempio migliore del manuale non scritto di Elon Musk. La sua carriera, d’altronde, è un monumento alla strategia di utilizzare l’hype come strumento per raccogliere capitali e mantenere un vero e proprio culto della personalità. Pensiamoci un attimo: per quasi un decennio ci ha promesso una flotta di “robotaxi” a guida autonoma entro “l’anno prossimo”, una promessa costantemente infranta che però ha continuato a gonfiare il valore delle azioni Tesla. Oppure il Cybertruck, presentato come un veicolo antiproiettile rivoluzionario e arrivato sul mercato con anni di ritardo, senza molte delle caratteristiche promesse e con seri problemi di qualità.
Questo schema – promessa grandiosa, delusione nella realtà – non è un incidente di percorso, ma il motore stesso del sistema. L’annuncio funge da distrazione di massa dai fallimenti precedenti e alimenta un ciclo continuo di entusiasmo che attira investimenti. E così, mentre si parla di colonizzare Marte domani, si sorvola sul fatto che progetti più “terrestri” come l’Hyperloop sono stati di fatto abbandonati dopo aver generato un’enorme attenzione mediatica. L’industria dell’IA sta seguendo la stessa, identica strada: si vende un futuro fantascientifico per mascherare un presente pieno di incertezze e, diciamolo, di fallimenti.
Un castello di debiti costruito sulla sabbia
Dietro le quinte di questa narrazione scintillante, c’è una verità molto più prosaica e preoccupante. L’infrastruttura necessaria per alimentare i modelli di IA è incredibilmente costosa e affamata di energia. Le aziende stanno mettendo l’enorme conto per i data center su una sorta di “carta di credito figurativa”, come ha riportato Bloomberg, accumulando un debito immenso che dà a molti esperti una sinistra sensazione di déjà vu, ricordando la bolla delle dot-com dei primi anni 2000.
Il problema è semplice: nonostante si stiano investendo somme colossali, non esiste ancora un percorso chiaro verso la redditività. Si finanzia a 20 o 30 anni una tecnologia di cui non sappiamo nemmeno che aspetto avrà tra cinque. E a rendere il tutto ancora più inquietante è il fatto che, secondo un’indagine del MIT, un impressionante 95% dei tentativi di integrare l’IA generativa nelle aziende sta fallendo o si sta arenando.
Questo ci dice che stiamo costruendo un’enorme cattedrale economica su fondamenta fragilissime. Un castello di carte che rischia di crollare, lasciando sul campo non solo perdite finanziarie per gli investitori, ma anche conseguenze reali per l’economia e il lavoro.
La “FOMO” dell’IA: una febbre che fa male (quasi) a tutti
A spingere dirigenti e aziende a buttare soldi in questa fornace è la cosiddetta “AI FOMO”, la paura di essere tagliati fuori (Fear Of Missing Out), come l’ha definita Business Insider. Questa pressione sociale, quasi una forma di panico collettivo, è seducente. Si crea una comunità di “iniziati”, di coloro che “vedono il futuro”, e chi rimane fuori è percepito come un retrogrado.
Questa dinamica, psicologicamente potentissima, spinge a investimenti irrazionali, spesso senza una reale strategia. Il fervore è tale che persino OpenAI ha dovuto mettere in guardia i potenziali investitori dal farsi truffare da chi millanta di avere accesso alle sue azioni. La situazione è surreale: i creatori stessi della tecnologia ci stanno dicendo di fare attenzione, ma la corsa all’oro continua, alimentata da una narrazione che promette guadagni facili e rivoluzioni a portata di mano.
Chi ci guadagna davvero? Le grandi aziende tech che vendono l’infrastruttura, le società di consulenza che vendono strategie e, ovviamente, quella ristretta cerchia di fondatori e venture capitalist che sanno quando entrare e, soprattutto, quando uscire.
Oltre la bolla: chi pagherà il conto?
La domanda, alla fine, è sempre la stessa: se e quando la bolla scoppierà, chi ne pagherà le conseguenze? L’eredità di questo periodo di euforia rischia di essere un panorama di progetti falliti, risorse sprecate e una crescente sfiducia verso la tecnologia. Ma soprattutto, il rischio è che questa ennesima bolla lasci dietro di sé una concentrazione di ricchezza ancora maggiore nelle mani di pochi, a scapito di un’innovazione diffusa e di un progresso che sia davvero al servizio della collettività.
La figura del “finto innovatore”, che tratta la verità come argilla da modellare a proprio piacimento, non è un’anomalia, ma un sintomo di un sistema malato. Un sistema che premia la narrazione sulla sostanza e l’illusione sulla realtà. Comprendere questo meccanismo è il primo passo per non farsi incantare e per iniziare a chiedere un’innovazione che sia responsabile, trasparente e, soprattutto, onesta.




