Sam Altman, CEO di OpenAI, si dice preoccupato che la “Teoria dell’Internet Morta” stia diventando realtà. Peccato che l’arma del delitto, diciamo, l’abbia creata proprio lui. Una storia di ironia, mancanza di autocoscienza e meme perfetti.
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L’ironia del pompiere piromane: Altman e la sua “scoperta”
Immaginate un piromane che, dopo aver appiccato un incendio colossale, si guarda intorno con aria preoccupata e dice: “Caspita, qui sta andando tutto a fuoco, bisognerebbe fare qualcosa”. Ecco, questa è la sintesi perfetta dell’ultima uscita pubblica di Sam Altman, il CEO di OpenAI, l’azienda che ha scatenato ChatGPT sul mondo.
Con il suo tipico stile minimalista e in minuscolo, Altman ha twittato di non aver “mai preso troppo sul serio la teoria dell’internet morta”, ma che ora, insomma, gli “sembra che ci siano davvero un sacco di account Twitter gestiti da LLM”. Per chi non fosse avvezzo alla sigla, LLM sta per Large Language Model, la tecnologia che alimenta i chatbot come il suo. Una presa di coscienza a dir poco tardiva, che suona quasi come una confessione involontaria.
È una di quelle situazioni in cui la realtà supera la satira. L’uomo che ha messo a disposizione del mondo lo strumento più potente mai creato per generare testo artificiale in modo indistinguibile da quello umano, ora si lamenta che internet è pieno di testo artificiale. Geniale.
Cos’è la “Teoria dell’Internet Morta”? Da complotto a realtà
Facciamo un passo indietro. La “Teoria dell’Internet Morta” è una di quelle idee nate ai margini del web, un po’ profezia e un po’ teoria del complotto. Sostiene, in pratica, che gran parte di ciò che vediamo online non sia più prodotto da esseri umani. I post, i commenti, i profili, le interazioni… tutto sarebbe generato da bot e intelligenze artificiali, creando un’illusione di attività umana per tenerci incollati agli schermi.
Fino a qualche anno fa, sembrava roba da creepypasta, una fantasia distopica per solipsisti digitali. Oggi, però, quella che era una stramberia sta assumendo contorni sinistramente realistici. Non perché ci sia una cospirazione segreta, ma per una semplice questione di incentivi economici e tecnologici. E qui, il ruolo di Altman e della sua creatura è centrale.
Questa teoria, come molte narrazioni alternative, fa leva su un’ansia diffusa e reale: la sensazione che il web sia diventato un luogo finto, corporativo, saturo di contenuti spazzatura. In pratica, un non-luogo. L’avvento dell’IA generativa non ha fatto altro che gettare benzina su questo fuoco, validando, nei fatti, le paure che animavano questa teoria.
Il colpevole è tra noi: come ChatGPT ha inquinato il web
ChatGPT è stato il sogno proibito di ogni spammer, truffatore e “coltivatore” di contenuti a basso costo. Un motore instancabile capace di produrre prosa vuota, imitare personalità umane, inventare fatti e inondare ogni angolo della rete con quello che ormai viene definito “slop”: contenuti di bassa qualità, generati artificialmente, il cui unico scopo è catturare l’attenzione o ingannare gli algoritmi.
L’etica di fondo di molte aziende della Silicon Valley è che quasi ogni aspetto dell’esperienza umana possa e debba essere automatizzato per massimizzare l’efficienza. E così, anche se non tutti i bot che infestano i social sono direttamente collegati a ChatGPT, è stata la sua esplosione a sdoganare e accelerare questa tendenza. La filosofia è chiara: perché scrivere un’email, un post o un commento quando un’IA può farlo per te? Perché creare un’immagine quando puoi generarla con un prompt?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
- Esperimenti falliti: Meta ha provato a introdurre profili AI su Facebook e Instagram che si spacciavano per persone reali, con risultati imbarazzanti e inquietanti.
- Bot fuori controllo: Su X (ex Twitter), il chatbot di Elon Musk, Grok, è libero di interagire come un utente umano, finendo per produrre deliri razzisti, simpatizzare con i nazisti e auto-battezzarsi “MechaHitler“.
Insomma, l’internet dei bot non è più una teoria, è la nostra cronaca quotidiana.
Una reazione che parla da sola: “Cerchiamo tutti il tizio che ha fatto questo!”
La reazione al tweet di Sam Altman è stata, prevedibilmente, un’ondata di scherno e sarcasmo. La risposta più gettonata è stata un meme tratto da uno sketch del comico Tim Robinson, in cui un personaggio vestito da hot dog, dopo aver palesemente fatto schiantare un’auto a forma di hot dog, cerca disperatamente di sviare la colpa, esclamando: “Stiamo tutti cercando di trovare il tizio che ha fatto questo!”.
Non poteva esserci metafora più calzante. La mancanza di autocoscienza di Altman è sconcertante. Lamentarsi di un problema per la cui esistenza sei probabilmente il singolo individuo più responsabile al mondo è un livello di audacia che lascia senza parole.
Questo episodio non è solo un aneddoto divertente. È l’emblema di un atteggiamento tipico di una certa élite tecnologica: lanciare sul mondo tecnologie potentissime senza considerarne appieno le conseguenze sociali e, quando queste si manifestano in tutta la loro negatività, mostrarsi sorpresi e preoccupati, quasi fossero osservatori esterni. È una strategia per deviare la responsabilità, per normalizzare il caos che si è contribuito a creare.
La vera domanda, quindi, non è se l’internet sia morta o meno. La vera domanda è chi continueremo a far finta di non vedere con il cerino fumante in mano.




