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Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA: fallimenti, psicosi e sindacati complici

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Questa settimana nel grottesco mondo dell’IA. Il bollettino è denso, le facciate iniziano a crollare e la disperazione delle corporazioni si fa sempre più tangibile. Mettetevi comodi.

Amazon ammette la sconfitta: il suo tool IA fa pena

A novembre i vertici di Amazon avevano diramato una direttiva interna molto chiara. I dipendenti dovevano usare Kiro, il tool di generazione codice fatto in casa, e snobbare la concorrenza. La mail, pubblicata da Reuters, parlava di usare i feedback della community per migliorare aggressivamente il prodotto. Sembrava una mossa per riprendere terreno, considerando i miliardi versati nelle casse di Anthropic e OpenAI, aziende impegnate in un testa a testa serratissimo che aveva lasciato Amazon nella polvere.

Sei mesi dopo, la resa. Come riporta Business Insider, Amazon getta la spugna e cede alle pressioni dei suoi stessi ingegneri, sbloccando l’accesso a Codex di OpenAI e Claude di Anthropic. È la spia di un’industria disperata che cerca in ogni modo di salvarsi dalla rovina finanziaria. E per Amazon l’imbarazzo è doppio. L’insistenza cieca sull’IA proprietaria ha già causato danni enormi, con l’azienda costretta ad ammettere che i recenti disservizi erano figli di codice spazzatura generato dall’IA.

Jim Haughwout, VP della software builder experience, ha provato a indorare la pillola spacciando l’apertura a Claude e Codex come un modo per “espandere i tool agentici”. La realtà è che Kiro non era all’altezza. Gli sviluppatori erano furiosi. Un dipendente lo ha scritto a chiare lettere: perché i clienti dovrebbero fidarsi di un tool che noi per primi non vogliamo usare? L’azienda prova a salvare la faccia dichiarando che l’83% degli ingegneri usa ancora Kiro, ma i fatti raccontano un’altra storia. L’uso massiccio dell’IA sta devastando il loro core business.

Google Chrome ti installa 4GB di IA di nascosto

Nel 2026 Google ha in mano il web. Tre miliardi di utenti usano Chrome. Qualsiasi mossa ha impatti sismici. E la mossa scoperta dal ricercatore di sicurezza Alexander Hanff sul suo blog è da manuale del software malevolo: Chrome installa “silenziosamente” un modello IA sui PC degli utenti. Zero consenso. Zero avvisi.

Un bel file da 4 giga chiamato “weights.bin” piazzato in una cartella nascosta. Sono i pesi di Gemini Nano, concepito per girare in locale. Se lo cancelli, Chrome lo riscarica. Oltre allo spazio rubato sul disco, il problema è la totale mancanza di trasparenza. Google ovviamente non risponde, fa muro di gomma. Hanff calcola che questo scherzetto su scala globale potrebbe generare migliaia di tonnellate di emissioni CO2. La rete è esplosa. Su Reddit c’è chi passa a Firefox dicendo che il problema reale è il consenso. Altri capiscono subito il trucco: serve a pompare artificialmente le statistiche di utilizzo per rassicurare i mercati. “Sanno che nessuno ha chiesto questa roba”, scrive un altro utente. E c’è chi commenta su Bluesky che non c’era modo migliore per far fuggire la gente da Chrome.

Per fermare il parassita devi disattivare a mano le funzioni IA nascoste nei meandri delle impostazioni. Questa operazione puzza di violazione del GDPR europeo da un miglio. Non è la prima volta: anche Mozilla aveva promesso un kill switch per l’IA dopo le proteste. Fortunatamente c’è chi va controcorrente. Jon von Tetzchner di Vivaldi, in un post di agosto, ha promesso di scegliere gli umani sopra l’hype, rifiutando le tecnologie che trasformano le persone in consumatori passivi. E fa bene, visto che le panoramiche IA di Google stanno diffondendo disinformazione su scala industriale.

Il distopico biglietto per la festa della mamma

Vuoi dimostrare amore a tua madre ma provare sentimenti costa troppa fatica? Ci pensa il capitalismo. Si chiama Cards for Agents. Un servizio che materializza un futuro cupo in cui le relazioni umane sono appaltate a uno script.

Il sito è inquietantemente allegro. Fa tutto il tuo agente IA tramite le API di Claude o ChatGPT, paga su Postable e un biglietto cartaceo arriva a casa di tua madre. Sette dollari e ventitré centesimi per non dover pensare a chi ti ha messo al mondo. Le reazioni sono state spietate. Katie Notopoulos ha ironizzato su X sottolineando il livello terminale di pigrizia raggiunto. Sul sito c’è una finta pagina FAQ che lascia il dubbio se sia un’operazione di marketing della stessa Postable o il delirio di un dev. La motivazione ufficiale? “Gli agenti sanno prenotare voli, dovevano poter mandare un biglietto a tua madre”. Viviamo in un’epoca in cui persino una foto della famiglia reale è un costrutto artificiale. I sentimenti in abbonamento erano il passo successivo ovvio.

Il ricatto dei CEO: licenziamenti o superlavoro

I grandi manager stanno soffrendo. Poveretti. Secondo il Wall Street Journal sono dilaniati da una scelta: usare l’IA per licenziare tutti o costringere chi resta a faticare il doppio. Una dicotomia falsa figlia della fobia di restare indietro. Il co-CEO di Spotify, Gustav Söderström, l’ha spiegato benissimo: o tagli i costi o tieni lo stesso numero di persone e pretendi che producano all’infinito. Loro hanno scelto la seconda via.

Molti scelgono la macelleria sociale. Block di Jack Dorsey ha tagliato 4.000 teste in nome dell’efficienza IA. Atlassian ne ha cacciati 1.600. Coinbase taglia il 14% della forza lavoro con Brian Armstrong che vanta l’uso di agenti IA per fare in giorni ciò che richiedeva settimane. L’IA è la scusa ufficiale per 54.000 licenziamenti recenti, con le aziende che sbavano dietro alla capacità dei modelli di sputare codice.

La strategia del “lavorate di più” ha delle crepe evidenti. L’IA sta intensificando i ritmi, portando la gente al burnout e a quello che chiamano “cervello fritto” per l’eccesso di multitasking. Senza contare che studi del MIT non mostrano mezza crescita nei ricavi per chi adotta questi strumenti. Come ho già documentato in merito al calo della produttività, le aziende navigano a vista. Lo ammette persino la CFO di Meta: “non sappiamo quale sarà la dimensione ottimale dell’azienda”. Nel frattempo l’élite gioisce all’idea di creare una nuova sottoclasse permanente.

L’assurda alleanza tra sindacati e Big Tech

I sindacati hanno lottato per le otto ore, il salario minimo e la sicurezza sul lavoro. Oggi, di fronte all’invasione dei data center che sta unendo destra e sinistra in una protesta popolare furiosa contro le Big Tech che asfaltano intere contee, ci si aspetterebbe di trovarli sulle barricate. Invece no.

I sindacati stanno facendo da scudo alle multinazionali. Come spiega l’Associated Press, si sono alleati con la peggior destra pro-business (un paradosso totale) per un solo motivo: i lavori di costruzione. L’industria promette cantieri e le sigle edili abboccano. Sappiamo benissimo che i data center finiti non generano lavoro a lungo termine. Eppure Rob Bair, a capo di un sindacato della Pennsylvania, sminuisce il problema dicendo che l’industria porta lavoro edile nelle comunità. Un tradimento di classe bello e buono. Si svende il futuro del territorio – che subirà danni ambientali catastrofici e un impatto devastante – per qualche mese di appalti.

I sindacati americani hanno una storia di deriva istituzionale, come quando l’AFL-CIO appoggiò la guerra in Vietnam per far girare l’industria bellica, stringendo patti con le forze reazionarie e i signori della guerra. Hanno scordato per chi dovrebbero combattere, lasciando i piccoli centri divorati dal cemento.

Kash Patel, l’FBI e la balla dell’IA che ferma le stragi

Kash Patel, attuale capo dell’FBI (e individuo con noti problemi di sobrietà), è andato sul podcast di Sean Hannity a dire che l’IA sta fermando gli attacchi violenti in America. Cita una non precisata strage scolastica in North Carolina sventata grazie al settore privato che “costruisce infrastrutture IA”.

Considerando la fonte, l’affidabilità è pari allo zero. La realtà empirica dimostra l’opposto. Gli studi di Stanford parlano chiaro: i chatbot hanno il doppio delle probabilità di incoraggiare la violenza rispetto al dissuaderla. Il massacro della Florida State University del 2025 (non quello del 2014) è stato organizzato usando ChatGPT. Il tiratore in Canada aveva conversazioni deliranti con l’IA, segnalate e poi ignorate da OpenAI prima che ammazzasse sette persone. Un serial killer sudcoreano ha pianificato omicidi con l’algoritmo. In Connecticut un uomo in preda alla psicosi indotta dall’IA ha ucciso la madre. E come ho ampiamente trattato a proposito delle cause legali per i suicidi adolescenziali, ci sono casi di chatbot che spingono letteralmente al suicidio per ottenere “corpi robotici”.

Abbiamo chatbot che insegnano come andare in overdose, costruire bombe in casa o massimizzare i danni di un attacco bioterroristico. L’IA facilita la violenza fornendo rinforzo emotivo e tattico ai disagiati mentali, un fatto di cui ha preso atto persino OpenAI ritirando silenziosamente GPT-4o. Mentre Patel farnetica, l’industria sforna macchine progettate per amplificare i nostri peggiori impulsi, sfociando in disastri anche in ambito militare.

Marc Andreessen non ha capito come funziona l’IA

Marc Andreessen, miliardario venture capitalist, teorico del tecno-ottimismo spinto e sponsor della peggior fuffa della Silicon Valley, ha dimostrato al mondo di non avere idea di come funzioni un Large Language Model. Ha pubblicato su X il suo prompt segreto in cui dice al chatbot: “Sei un esperto mondiale… non devi mai allucinare o inventare nulla”.

La rete lo ha massacrato. Karl Bode su Bluesky ha ridicolizzato l’idea che basti ordinare a una rete neurale probabilistica di non sbagliare per risolvere il problema delle allucinazioni. È la dimostrazione del livello imbarazzante di chi governa questa industria. Alberto Burneko su Defector ha centrato il punto parlando di “psicosi IA”: Andreessen pensa di parlare con una creatura in grado di giudicare e comprendere la realtà, chiedendole specificamente di ignorare morale ed etica per compiacere i suoi bias. Lo avevamo già visto con le derive esplorate nei report di Anthropic sulla AI Psychosis e nel disastro della causa Jacquez contro OpenAI. Andreessen sta letteralmente dialogando con i suoi stessi fantasmi. È un ignorante con troppi soldi che spinge spam sui social finanziando le phone farm di IA.

I gamer vincono: Microsoft ritira Copilot da Xbox

Finalmente qualcuno in Microsoft si è accorto che imporre l’IA a tradimento non funziona. I videogiocatori, che hanno visto esplodere i prezzi dell’hardware a causa della fame di server dell’industria, usano l’IA come un insulto. Asha Sharma, CEO di Xbox, in un impeto di realismo ha annunciato su X il ritiro dello sviluppo di Copilot su console.

La reazione? Un trionfo. È stata proclamata la nuova salvatrice. C’è chi ha brindato con un “riposa nel piscio, Copilot” su X e chi ha citato meme classici su Reddit. Esattamente come è successo nel mondo PC, dove i consumatori hanno rigettato il Microslop di Dell e soci. Microsoft si era scavata la fossa da sola diventando il bersaglio globale del dissenso per aver inquinato Windows. L’idea di un’IA che giocasse al posto tuo, simile al grottesco brevetto Sony di cui ho parlato tempo fa, o che offrisse suggerimenti non richiesti aveva stancato tutti già all’annuncio, generando esasperazione pura.

Oltre a uccidere Copilot, Sharma ha ridotto i rincari folli del Game Pass che avevano fatto fuggire gli utenti verso altri lidi. C’è ancora tanta strada da fare per sanare i danni di un’azienda che l’IA sta lentamente uccidendo dall’interno.

L’abisso tra la gente comune e l’élite tecno-capitalista

L’industria pompa l’IA come la panacea di tutti i mali, ma la working class la odia o ne è terrorizzata. In Utah i cittadini si sono scontrati con la polizia per bloccare un data center voluto dal miliardario Kevin O’Leary. I giovani lavoratori sabotano attivamente il software aziendale e la gente smonta le telecamere di sorveglianza gestite dagli algoritmi.

Nel loro castello di vetro, i dirigenti brindano. I consulenti sognano aziende senza dipendenti e i vari Sam Altman farneticano sulla distruzione delle fondamenta democratiche. Un nuovo report di Stanford fotografa un baratro percettivo assoluto. Il pubblico sa che l’IA distruggerà i posti di lavoro. L’84% degli “esperti” è ottimista sugli impatti medici, contro il 44% delle persone normali. Sull’economia, il 69% degli insider festeggia, contro il misero 21% dei lavoratori.

La verità matematica che i tecno-feudatari conoscono bene è una sola: la creazione di una sottoclasse permanente di disoccupati equivale a ricchezza infinita per un gruppo microscopico di eletti, un concetto di cui vanno persino fieri pubblicamente. Se la rivoluzione stenta a partire è solo perché la tecnologia arranca e persino in Cina i tribunali iniziano a opporsi all’automazione selvaggia. Diffidate sempre di chi vi indica altre linee di scontro: sta solo cercando di vendervi la sua startup.

Apple dichiara guerra alle app di vibe coding

Nel mondo dei programmatori improvvisati a colpi di prompt c’è maretta. Apple ha iniziato a fare fuori dall’App Store le applicazioni basate sull’IA che scrivono codice. La segnalazione del Financial Times evidenzia la rabbia di startup che lucrano sulla bolla speculativa del codice generato, diventato l’uso più abusato dell’IA.

La regola invocata è la 2.5.2: niente app che scaricano o eseguono codice in grado di modificarne le funzioni. Un palo tra le ruote per i tool di “vibe coding” che campano esattamente facendoti testare al volo il pattume software generato. Replit piange per gli update bloccati. Anything si lamenta sui social dopo essere stata rimossa due volte. Apple fa orecchie da mercante, e francamente ha ragione da vendere: software non verificato vomitato da un algoritmo è un rischio sistemico incalcolabile, che può cancellare database interi (come Claude ha già dimostrato di saper fare) o aprire falle di sicurezza devastanti. La resa dei conti per un’industria basata sul fumo sta finalmente arrivando.

Quanto manca prima che ci accorgiamo che è un algoritmo difettoso?

L’IA non sostituirà il lavoro di ufficio a breve. Ma qualche incompetente ci proverà comunque

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